“I Cosmonauti”, lettura ad alta voce

“Il quartiere sono io da giovane. Ci penso, ma non voglio tornare indietro. Volevo rimanere dov’ero, volevo rimanere me stesso e non si può più. Allora preferisco buttarmi via e finire in fondo a qualche città senza che nessuno sappia di me”. 

Abitare sociale. Un’indagine fotografica per Bologna (2016)

a cura di: Marco Guerzoni, Samantha Trombetta
con: Francesco Evangelisti

Il sesto numero della collana I Quaderni è il catalogo della mostra “Abitare sociale. Un’indagine fotografica per Bologna” promossa dal Comune di Bologna e Urban Center Bologna per raccontare la vita quotidiana di “ordinari” quartieri di edilizia sociale bolognesi (la Bolognina, una porzione del Quartiere San Donato e una del Savena) e ripercorrere nel tempo le loro trasformazioni. L’indagine è stata svolta da alcuni autori tra i migliori rappresentanti della fotografia contemporanea italiana: Guido Guidi, William Guerrieri, Francesco Neri e Marco Zanta. 

Arricchisce l’indagine una sezione storica, con foto e progetti tratti dagli archivi di ACER Bologna.

Il volume, oltre a restituire la complessità dell’indagine fotografica e delle ricerche d’archivio, contiene anche quattro racconti inediti dello scrittore italo-iraniano Nader Ghazvinizadeh, ambientati negli stessi quartieri oggetto delle esplorazioni fotografiche.

Il quaderno è stato stampato in poche centinaia di copie ad uso istituzionale, ma è integralmente disponibile online per tutti gli interessati:

http://www.urbancenterbologna.it/images/quaderni/AbitareSociale-Quaderno.pdf

Burattino Cosmonauta

cosmonautaVenerdì 20 Maggio ore 19,
presso Burattinificio, via G.P.Martini 26 a Bologna
“Burattino Cosmonauta”
Presentazione di “I Cosmonauti”
Nader Ghazvinizadeh legge il suo ultimo libro uscito per Pendragon, “I Cosmonauti” nella cornice di Burattinificio, micro-teatro di burattini.
Sarà presente Matteo Marchesini, curatore della Collana “I Chiodi” di Pendragon.
Entrata gratuita
PRENOTAZIONE NECESSARIA (solo 10 posti): 3465871003

Recensione “I Cosmonauti” di Alex Caselli

Seggspina5Nell’età delle grandi narrazioni e della pretestuosa ricerca di architetture e trame letterarie così posticce da divenire intercambiabili (finendo per tradire un malinteso presupposto primo di realismo), avere tra le mani un libro di narrativa involontariamente estraneo a impalcature preventive di contenuto e forma è già di per sé un dato di partenza da salutare con sollievo. Dico involontariamente non a caso, poiché l’autore, il bolognese per padre iraniano Nader Ghazvinizadeh, scrive senza porsi il problema; e non per un presuntuoso elitarismo o una ricattatoria diversità da esibire, ma perché proiettato su altre questioni. I cosmonauti, trittico composto da un racconto lungo, quello eponimo, e due racconti più brevi (Un prete a Ripoli e Medicamenti antichi), non parte da nessun tema preciso, non ha la pretesa di rappresentare alcunché. Eppure, se è vero che in nessuna delle tre prove sussiste una trama esplicita e i codici impiegati (il racconto di formazione, il diario) sono utilizzati senza progettualità, non vi è tuttavia spazio per bamboleggiamenti e dilettantismi. In questa prosa divagante, a tratti ipnotica, costruita su itinerari topografici e psichici imprevedibili come possono essere quelli di un discorso a braccio, ogni parola ha un suo peso specifico. Il punto di arrivo è una pagina sempre viva, fatta di periodi che per levità di tocco e consistenza di pensiero risultano espandibili: sembrano cioè sintetizzare riflessioni più ampie. E, altra ragione di sollievo per chi legge, col suo numero esiguo di pagine questo libro mantiene molto di più di quanto promettano i massicci volumi di narrativa che campeggiano nelle grandi librerie.

Conosco abbastanza da vicino il percorso di questo scrittore: in versi, con due raccolte all’attivo, ma anche come sceneggiatore cinematografico, per non avvertire e ritrovare radunati qui, senza calcoli, alcuni archetipi stilistici e contenutistici a lui cari. Un passo epico in cui la singola frase, la battuta da far recitare, il solo nudo verso o persino un singolo termine (il gusto per la parola erudita, ad esempio), scandiscono una rapsodica volontà di concentrazione e allo stesso tempo di fuga. La trasposizione in altri ambiti di costrutti verbali (in una poesia datata, ad esempio, la «deriva dei continenti» per indicare una separazione tra innamorati), un camuffarsi reciproco di piani tra realtà osservata e immaginata. Dal coté contenutistico, poi, non temi precisi, ma immaginari in cui si mescolano suggestioni plurali: a volte rubate al cinema o persino a certa musica cantautoriale italiana (accadeva nella prima raccolta poetica con più insistenza), altre volte legati a scenari ambientali. In quest’ultimo caso si tratta di segmenti urbani o più spesso extraurbani (il Polesine, la campagna, l’Appennino) ricostruiti in pochi tratti, ma con la precisione di un plastico e con un acume sociologico spurio (sempre dialogante, va detto, in cui si fa attenzione tanto a cosa pensa di sé chi in un luogo ci vive quanto a chi quel luogo lo vede da fuori). C’è poi un interesse antropologico e mai scientificamente positivistico o psicologistico per alcuni tipi umani (i cacciatori, i ciclisti, i camionisti…) a cui un microcosmo di abitudini ed esperienze conferisce l’aurea mitica che possiede chi pratica non un lavoro, ma un mestiere. Suggestioni che si ritrovano e si mescolano anche in questi racconti, da cui emerge, vera protagonista, la più anonima provincia italiana – e se questa, come avverte la nota editoriale, è rappresentata “senza esotismi”, è forse per l’atmosfera sonnambula, per l’alone già mitico (e dunque non mitizzato) di luoghi ricondotti al loro nome proprio, reale o immaginario. Accanto agli elementi naturali e antropici del paesaggio – che qui vale appunto ben più di un mero sfondo – troviamo elucubrazioni ossessive e tangibili, pensieri così vividi da sembrare espressi ad alta voce. E come accade dopo certe serate passate con vecchi amici, per il carattere eloquente e strofico di questa prosa, una volta soli (una volta chiuso il libro) molti periodi restano impressi a lungo nella mente, vengono automaticamente ripensati.

Vediamo allora, con ordine, di entrare nel merito delle tre prove. Nel primo e più lungo racconto, I cosmonauti, ci si trova catapultati in un quartiere posto a ridosso del Po’. Qui, nell’immaginaria via del Salto, che per alcuni fondali e per la fissità delle figure ricorda certe atmosfere di Antonioni, crescono e si fanno uomini un gruppo di amici. Il narratore ripercorre in brevi paragrafi le tappe della sua crescita e formazione tra botteghe, casali, centri diurni, haschish e incontri dei marxisti. Le relazioni tra i maschi e poi quelle tra i maschi e le femmine del quartiere sono descritte con la lucidità maniaca di dettagli che diventano simbolici o con la rapsodica precisione di appunti presi dallo stesso narratore in media res. Il periodare è assertivo e interlocutorio allo stesso tempo, le proposizioni sono spesso coordinate per asindeto, a marcare una rapidità di pensiero che coincide con il continuo ruminare interiore del protagonista e con il mutare dei dati esterni. La parabola astorica del racconto favorisce una ricerca antropologica giocata tanto sull’accumulazione di dettagli quanto su una loro possibile interpretazione in griglie analitiche: polisemia, questa, intrinseca all’aurea mitica del racconto, ma anche al tentativo ossessivo di razionalizzare l’informe vita in atto; e in quanto in atto, appunto, sfuggente a un significato univoco. Se si fa uso poi di epiteti dal sapore omerico (le materie scolastiche diventano le «materie dai bei nomi») ciò non toglie che ci troviamo in uno scenario di introspezione e in un racconto di formazione che, nonostante il montaggio a posteriori, riesce a conservare la freschezza della prima impressione – proprio come accade in una pellicola cinematografica.

Il secondo e bellissimo racconto, Un prete a Ripoli, è invece il diario di un sacerdote ligure che prende possesso della sua parrocchia nell’appennino bolognese. In questo luogo di transito, dove non può esistere vera comunità, a meno che la concitazione che scaturisce da un pericolo non raduni gli uomini (e se nel primo racconto la catastrofe incombente era l’esondazione, qui, in modo allucinato e inconscio ci si immagina forse un rivoltamento della montagna agli artifici dell’uomo?) sono gli scarni appunti e programmi del prete forestiero. Se per assonanza (l’appennino emiliano, la figura di un sacerdote, la mancanza di una vera e propria trama, il procedimento ellittico) non può non venire in mente Case d’altri di Silvio D’Arzo, al periodare musicalmente cadenzato del racconto darziano fa qui da contraltare una prosa asciutta, attenta ai dettagli fisici del paesaggio quanto a quelli psichici del narratore. Predominano i “non”, soprattutto nella parte iniziale del racconto, a segnare l’estraneità del protagonista alle geometrie dei luoghi e dei volti. Ciò che incuriosisce è anche una certa tenerezza di tono, una timidezza curiale esaltata e restituita per contrasto dalle asperità di un territorio solo parzialmente domato.

In Medicamenti antichi, il racconto che chiude il trittico del libro, ci troviamo in un simposio quasi kunderiano. Una volta presentata la scena con il linguaggio asettico di una sceneggiatura e con l’impalcatura narrativa esposta, i tre personaggi, invece di scambiarsi battute tra loro, restano prigionieri dell’irrealtà dei loro pensieri, delle loro argomentazioni. Ecco allora presentati l’osservatore di calciatori, il chirurgo e il sindacalista, che a tratti è anche il narratore. Possiamo notare come il mestiere svolto dai protagonisti, di questo e degli altri due racconti, abbia a che fare, apertamente o trasversalmente, con la gestione delle “risorse umane”. Il regista del primo ed eponimo racconto (in cui non è da trascurare il marginale personaggio del direttore d’orchestra), il prete del secondo, e i tre di quest’ultimo, in modalità diverse hanno a che fare con gli esseri umani: con la loro gestione, con la loro cura (nell’anima, nel fisico e nei diritti), con la loro selezione.

Il paesaggio ha poi il sapore anonimo della provincia che non si abita ma in cui ci si trova a sostare. Dei tre racconti è questo il più sospeso: l’ambientazione notturna, il luogo di transito, le partite ai videogiochi praticate dal chirurgo per lasciarsi andare al sonno, tutto suggerisce un’atmosfera di associazioni imprevedibili, dominate parzialmente, anche qui, da tentativi di razionalizzazione che sembrano più gli esorcismi di un ipocondriaco.

Come si è tentato di dire e mostrare, questo libro di Ghazvinizadeh, uscito per l’editore Pendragon nell’eterogena collana I chiodi, splendidamente curata da Matteo Marchesini, è molto lontano da tante delle traiettorie della nostra letteratura contemporanea. E s’è pur vero che l’originalità e una non perfetta sintonia con lo Spirito del tempo non sono di per sé garanzia di riuscita, nella letteratura come in altro, va pur detto che le personalissime parabole di questo autore hanno la forza necessaria per restare a lungo impresse nel lettore: sia per le atmosfere, evocate con naturalezza, sia per contenuti che ci si trova per molto tempo a rimeditare.  

Alex Caselli è nato nel 1983 a Castelfranco Emilia (Mo), vive in provincia di Bologna. Dal 2004 è collaboratore dell’Annuario critico di poesia diretto da Giorgio Manacorda e Paolo Febbraro. Nel 2009 si è laureato in Storia d’Europa all’Università di Bologna. Ha pubblicato poesie su varie riviste e periodici letterari.

Facebook www.facebook.com/alex.caselli

SABATO 5 DICEMBRE 2015 ore 18 Castel Maggiore (Bo), Casa del volontariato, via Berlinguer 19

“Ci sono tre persone che non hanno nulla da dirsi nel Ristorante di un albergo, sono seduti soli al tavolo, non si conoscono tra loro. L’albergo non è fatto per accogliere, è lungo la strada grande, a due parallele dal mare, il mare è invisibile, ma nessuno ha il pensiero al mare, nessuno viene qui per questo. Del resto è buio. E’ fine febbraio, è freddo come sempre, è umido con odore di canneto. E’ impossibile risalire ai proprietari dell’albergo e sapere perché lo tengano aperto. Uno dei tre uomini è un osservatore di calciatori ed è una persona seria; un altro è un chirurgo, ha voglia di mangiare e sa che mangerà molto, esce a fumare.”

NADER GHAZVINIZADEH presenta “I Cosmonauti

SABATO 5 DICEMBRE 2015 – ore 18

Castel Maggiore (Bo), Casa del volontariato, via Berlinguer 19

VENERDì 27 NOVEMBRE 2014 – ore 18

Bologna, Libreria Coop Zanichelli, Piazza Galvani 1h

Per acquistare: Pendragon

I Cosmonauti – Prefazione di Matteo Marchesini

Foto di: www.flickr.com/photos/parentibrambilla/

Foto di: www.flickr.com/photos/parentibrambilla/

Aprire questo libro significa ritrovarsi ex abrupto in un mondo che ci appare straniero o addirittura esotico proprio perché spesso lo abitiamo senza accorgercene: quello delle più tipiche e insieme anonime province italiane. Diciamo esotico, straniero: ma mai pittoresco. Perché lo sguardo che lo inquadra non è quello del narratore-reportagista, coi suoi amori volubili di una sera e il suo estetismo appena velato dalla concretezza della cronaca. Al contrario, Ghazvinizadeh gioca a immaginare e mettere in scena il divario tra chi osserva queste province di passaggio e chi ci vive dentro, e dunque non vede più, come non può vedere sé stesso, gli scorci eccentrici e le insegne bislacche, i gerghi della tribù e le abitudini famigliari.

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Ecco due “scrittori in versi” migliori di tanti loro coetanei prosatori

Luigi Ghirri, Cadecoppi. Dalla strada per Finale Emilia

Luigi Ghirri, Cadecoppi. Dalla strada per Finale Emilia

di Matteo Marchesini, “Il Foglio”, 13 luglio 2011

Triste destino pubblico, quello dei giovani poeti rimasti fuori dai canoni editoriali. Alle presentazioni deserte, perfino i librai li fissano con occhi da impaziente ufficiale giudiziario. Come convincere la gente che sono scrittori anche loro come i romanzieri, e che viceversa anche i romanzieri si cimentano con un genere letterario ormai postumo a se stesso? Forse basterebbe usare una perifrasi, chiamare i poeti “scrittori in versi”. Ne segnalo due, più interessanti di molti coetanei prosatori. Le loro raccolte non hanno distribuzione: e del resto, oggi la migliore poesia arriva spesso al lettore “brevi manu”. 

Fabrizio Bajec, classe 1975, è cresciuto a Viterbo, ma in famiglia parla francese. Ora è emigrato a Parigi per ritrovare la lingua madre: e in “Entrare nel vuoto” (edizioni Confine) il trasloco si sente. Prima Bajec oscillava tra un postermetismo perentorio alla De Angelis e una forma slabbrata, confessionale. I versi francesi, poi tradotti in italiano, ricuciono questo iato in uno stile asettico e sottilmente estraneo a entrambe le lingue, dove il ritmo alimenta il senso come un ronzio subliminale. Anche quando compone una ballata impiegatizia “tra la corda e il gas”, Bajec ottiene una furia composta, monocorde: è il surrealismo quieto, la riflessione appena slogata di cui dice il prefatore Zuccato. In “Entrare nel vuoto” scorrono bonzi e corvi, ebrei e scacchisti del quartiere latino, una Senna confusa col Gange, e un continuo chiacchiericcio di voci sconce ma impassibili. La civiltà è ridotta a una natura allegorica e feroce, che “non conosce la giustizia ma la esercita”. Bajec finge di allineare meri fatti, con un oggettivismo che ricorda a volte un altro giovane poeta emigrato, Federico Italiano. La precarietà economica, la violenza e la cultura metropolitana sono per lui materie piatte da metter sotto vetro, come in Antonioni. C’è un dramma, dietro questi finti idillii: una diaspora familiare allusa nel mito di Telemaco. Ma il libro parte dal tentativo di elaborarne il lutto in modo zen, aprendosi “alla gran/paura di non essere personali/autorevoli autori di qualcosa”. Tentativo di spoliazione ambiguo, se “L’abbandono era una folle tattica/per non perdere il gusto del mondo (…) La rinuncia, la più vecchia trovata/per sentire il mare della compassione”. In verità, non serve prender voti orientali: la freddezza occidentale è più forte. E infatti la musa di Bajec, anche nel dolore, resta l’indifferenza. 

Diverso il caso di Nader Ghazvinizadeh, figlio di un iraniano sfuggito ai khomeinisti, ma nato nel ’77 a Bologna e padano quant’altri mai. In Metropoli (edizioni CFR) l’immaginario di un novecento euroamericano tutto cinema e jazz è immerso nella grana grossa della provincia italiana. Da una parte c’è il mito di un’eleganza fitzgeraldiana, di un galateo del congedo: “finì come un’avventura, la letteratura”; “c’era il tabacco, c’era il vino torbido (…) han lasciato tutto com’era / immensa la cultura degli abiti da sera. Dall’altra parte si stende una terra di osti e cattedrali simili a relitti in secca, di municipi “arcani come carri armati” e di “decumane gelate come spiagge”. Tra i due fronti, Ghazvinizadeh lavora su sceneggiature da short cut, gioca tra contrazione e allungamento di versi-sequenze che giustappongono senza suture luoghi e storie lontanissimi. In questo beat concettuale  ogni riga è una partitura a sé, e veicola una precisa intuizione antropologica: “abbiamo i vigneti per vocazione e le piazze come radici”, “il mare prosegue l’idea di pianura”. La musa di Ghazvinizadeh è la nostalgia per vite ed epoche che non ha vissuto, e che vede proiettarsi nel silenzioso spazio mentale di un vecchio Odeon dove tutto è già girato, dove si può solo far scorrere la bobina avanti o indietro. Ma lo spleen è riscattato dalla gioia della catalogazione: e versi come “fluida l’infelicità nelle plance della città” fanno pensare a un Govoni rinato dopo il pop.