CORSO “STORIA DELLE PERIFERIE” – LEZIONE 3

 

Estratto dal corso “Storia delle periferie”, lezione del 23/10/2017 presso Università Primo Levi, Bologna. Temi affrontati: i tentativi bolognesi di urbanistica partecipata (Progetto Bella Fuori e Piazza dei Colori). Il Corviale di Roma. Il Librino di Catania.

“Storia delle Periferie”: Rassegna Stampa 2000-17

Avevo molto più coraggio allora di ora. Coraggio di camminare e di sparare, a salve. Non sapevo come si scriveva un articolo, credevo di sapere come si costruisce una città. Confondevo le cartine con i piani regolatori. Tutti hanno un libro preferito, io da giovane non riuscivo a leggere romanzi. Perché ero un narratore e non sopportavo che qualcuno narrasse a me. Le mie letture erano gli sfondi per le mie future storie, la musica che ascoltavo era la colonna sonora. Bologna nel 2000 era ancora una ragazza di campagna, che somigliava a sua madre. Io ho raccontato il suo ballo delle debuttanti. Ora è tutta città, la città è vecchia, senza nostalgia di quando era ragazza, di quando era, forse, bella. 

da “Il Domani”, giovedì 28 dicembre 2000

Viaggio tra i misteri dei tracciati della periferia dove si nascondono nomadi, clandestini e graffitisti

Queste le strade che non esistono

“Dalla sinistra di via di Casaglia, oltre il bivio con via Monte Albano per San Luca, passa davanti alla chiesa di Casaglia e si perde in collina”. Questa è la poetica descrizione di via della Cavriola, una strada collinare fuori cartina, fornita da Tutto Città 2001. Ma la pubblicazione delle Pagine Gialle non è sempre così precisa: ci sono strade che esistono, ma non sono riportate nella carta, o lo sono con notevole ritardo, altre invece non esistono da tempo ma la cartina continua da anni a riportarle. I Prati di Caprara, per esempio, furono teatro delle più antiche e nobili gesta calcistiche della città; oggi, lungo la via omonima, sono scomparsi i containers, ma è nato un enorme cantiere per la grande viabilità tra l’Ospedale e la via del Lazzaretto. Percorrendo fra le scavatrici una strada che non compare in Tutto Città (forse in quanto provvisoria), ma che modificherà per molto tempo la viabilità della zona, si giunge alle case di via Burgatti, costruite per gli sfollati di Pola, su di un terreno delle Ferrovie dello Stato, che a lungo la cartina ha ignorato. In questi lotti, a metà strada tra le favelas e le villette a schiera, abitano ex dipendenti delle ferrovie che hanno lavorato con l’amianto per anni ed ora vivono senza gas e strade asfaltate. Anni or sono famiglie di immigrati offrivano a tutto il vicinato carne ai ferri durante feste danzanti; loro non si meravigliano di dover cucinare al gasolio o di aprire le finestre al mattino e guardare dentro ad un vecchio treno portato nella notte. Un tempo tra via Malvasia e i Prati di Caprara vi era via del Chiù. Ora, nonostante la cartina dica il contrario, è divenuta una mulattiera che si inoltra tra i percorsi di guerra della caserma, una vecchia ferrovia abbandonata, un canale di scolo del Navile e lo scalo ferroviario. I suoi frequentatori sono graffitisti e tossicodipendenti, che si incrociano soprattutto nella notte. Secoli fa le sponde del Navile ospitavano laboratori tessili e fornaci che producevano il famoso mattone rosso bolognese; oggi sono luoghi malsani, dove la città nasconde i suoi clandestini. Via Gobetti, dalla chiusura della fabbrica Santa Rosa, non è più la stessa, e gli abitanti, dall’eccidio di due Sinti ad opera della Uno Bianca, nemmeno. In questa via ha sede il CNR, ma la strada per raggiungerlo non è segnata da Tutto Città. Un bivio a sinistra porta alla vecchia fornace del Battiferro e agli orti dei pensionati sul terreno demaniale, dai quali si gode la vista delle chiuse leonardesche sul Navile e dell’ex fornace Galotti, ove ora sorge il Museo del Patrimonio Industriale. Da lì si giunge su di un ponte, da tempo interrotto perché pericolante, secondo la cartina, in effetti percorribile. C’è un mistero legato a via della Croce Coperta e via della Dozza, strade che portano i nomi di due zone tra le più popolari della città: a quanto rileva la cartina le due vie terminano a ridosso dell’autostrada Bologna-Padova e, magicamente, si congiungono. In realtà via della Croce Coperta termina con una distesa di rifiuti e con una recinzione in parte divelta che permette di raggiungere a piedi l’autostrada. In via della Dozza, invece, si trova un accesso cittadino al casello Arcoveggio. L’urbanistica e la toponomastica ove sorge il CAAB sono state stravolte: solitari viottoli campestri che si perdevano verso Granarolo e Villanova sono diventati vere e proprie highways extraurbane sempre deserte. Dove sono finite via Santa Caterina di Quarto, via Fiorini e parte di via Bassa dei Sassi? Dove sono sulla cartina le nuove vie Carnacini, Martinetti, Fantoni, Canali, Fanin e la Rotonda Torri? Ai margini della vecchia via Santa Caterina di Quarto, ormai abbandonata, dove ai vecchi tempi si correvano spericolate gare clandestine sostano spesso auto “misteriose”. La nuova viabilità, per ora, ha favorito più i piloti e gli scommettitori notturni, piuttosto che gli operatori del centro agro-alimentare. Ancora nei pressi del nuovo mercato orto-frutticolo, Tutto Città segnala, all’altezza del Condominio “I Pioppi”, la prosecuzione di via Larga, chiusa in realtà da tempo per lavori, e divenuta un viottolo medievale. La romantica via degli Olmi, che si raggiunge costeggiando lo scalo merci San Donato e proseguendo per la vecchia Bassa dei Sassi (ora via Fantoni), non è più la stessa di dieci anni fa. Ora è totalmente sterrata e, da tempo, ai bordi della strada, c’è una vecchia auto bruciata. Ci si trova nei pressi di via Crocione, in una parte di città divisa in zone dallo scalo merci delle ferrovie: Posto A, Posto B, Smistamento, tra il campo nomadi di Santa Caterina (tristemente noto per il raid incendiario), le Roveri e il Pilastro, esempio di cattiva urbanistica noto in tutta Europa e, soprattutto, teatro della strage dei tre Carabinieri ad opera dei fratelli Savi. Sorprende che, anche nelle altre zone che per le cartine “non esistono”, vi siano in realtà campi nomadi, scali dove la notte non dormono certo solo ferrovieri, e faraoniche architetture (Maggiore, CNR, CAAB).

Corso “STORIA DELLE PERIFERIE ITALIANE”

APERTE LE ISCRIZIONI PER IL CORSO 

STORIA DELLE PERIFERIE ITALIANE” del Prof. Nader Ghazvinizadeh

DA LUNEDÌ 9 OTTOBRE a LUNEDÌ 13 NOVEMBRE

SEI INCONTRI dalle ore 18 alle ore 20

presso Università Primo Levi, via Azzo Gardino 20/B, Bologna

Gli uomini non possono vedere nulla intorno a sé che non sia il loro proprio viso: tutto parla loro di loro stessi. Anche il loro paesaggio ha un’anima” (Guy Debord). Come un alveare puo’ considerarsi l’autoritratto della comunita’ delle api, la citta’ lo e’ della societa’ degli uomini. Nasce in forma umana: la strada principale, come un’arteria, conduce fino alla piazza, il cuore urbano, poi di nuovo si allontana verso le periferie. Il nostro lavoro si pone come obiettivo la ricostruzione della storia italiana attraverso la storia delle periferie – tramite testi, filmati d’epoca e tracce documentarie. Il concetto di periferia e’ vago, come le terre che dalla citta’ degradano verso il nulla. Per questo motivo non verranno trattati soltanto i ghetti o i quartieri dormitorio, ma anche le citta’ fantasma – come Ceolini, costruita a ridosso della base aerea di Aviano, a Pordenone, l’archeologia industriale di Carbonia o del delta del Po, il ghetto per contadini di Gorino Veneto, periferia di una citta’ che non esiste. La periferia puo’ essere anche nel cuore di una citta’: come a Noto, dove vive la comunita’ dei Caminanti, girovaghi, seminomadi che hanno una storia misteriosa tramandata soltanto in forma orale e un gergo segreto.

“I Cosmonauti”, lettura ad alta voce

“Il quartiere sono io da giovane. Ci penso, ma non voglio tornare indietro. Volevo rimanere dov’ero, volevo rimanere me stesso e non si può più. Allora preferisco buttarmi via e finire in fondo a qualche città senza che nessuno sappia di me”. 

Abitare sociale. Un’indagine fotografica per Bologna (2016)

a cura di: Marco Guerzoni, Samantha Trombetta
con: Francesco Evangelisti

Il sesto numero della collana I Quaderni è il catalogo della mostra “Abitare sociale. Un’indagine fotografica per Bologna” promossa dal Comune di Bologna e Urban Center Bologna per raccontare la vita quotidiana di “ordinari” quartieri di edilizia sociale bolognesi (la Bolognina, una porzione del Quartiere San Donato e una del Savena) e ripercorrere nel tempo le loro trasformazioni. L’indagine è stata svolta da alcuni autori tra i migliori rappresentanti della fotografia contemporanea italiana: Guido Guidi, William Guerrieri, Francesco Neri e Marco Zanta. 

Arricchisce l’indagine una sezione storica, con foto e progetti tratti dagli archivi di ACER Bologna.

Il volume, oltre a restituire la complessità dell’indagine fotografica e delle ricerche d’archivio, contiene anche quattro racconti inediti dello scrittore italo-iraniano Nader Ghazvinizadeh, ambientati negli stessi quartieri oggetto delle esplorazioni fotografiche.

Il quaderno è stato stampato in poche centinaia di copie ad uso istituzionale, ma è integralmente disponibile online per tutti gli interessati:

http://www.urbancenterbologna.it/images/quaderni/AbitareSociale-Quaderno.pdf

Burattino Cosmonauta

cosmonautaVenerdì 20 Maggio ore 19,
presso Burattinificio, via G.P.Martini 26 a Bologna
“Burattino Cosmonauta”
Presentazione di “I Cosmonauti”
Nader Ghazvinizadeh legge il suo ultimo libro uscito per Pendragon, “I Cosmonauti” nella cornice di Burattinificio, micro-teatro di burattini.
Sarà presente Matteo Marchesini, curatore della Collana “I Chiodi” di Pendragon.
Entrata gratuita
PRENOTAZIONE NECESSARIA (solo 10 posti): 3465871003

Recensione “I Cosmonauti” di Alex Caselli

Seggspina5Nell’età delle grandi narrazioni e della pretestuosa ricerca di architetture e trame letterarie così posticce da divenire intercambiabili (finendo per tradire un malinteso presupposto primo di realismo), avere tra le mani un libro di narrativa involontariamente estraneo a impalcature preventive di contenuto e forma è già di per sé un dato di partenza da salutare con sollievo. Dico involontariamente non a caso, poiché l’autore, il bolognese per padre iraniano Nader Ghazvinizadeh, scrive senza porsi il problema; e non per un presuntuoso elitarismo o una ricattatoria diversità da esibire, ma perché proiettato su altre questioni. I cosmonauti, trittico composto da un racconto lungo, quello eponimo, e due racconti più brevi (Un prete a Ripoli e Medicamenti antichi), non parte da nessun tema preciso, non ha la pretesa di rappresentare alcunché. Eppure, se è vero che in nessuna delle tre prove sussiste una trama esplicita e i codici impiegati (il racconto di formazione, il diario) sono utilizzati senza progettualità, non vi è tuttavia spazio per bamboleggiamenti e dilettantismi. In questa prosa divagante, a tratti ipnotica, costruita su itinerari topografici e psichici imprevedibili come possono essere quelli di un discorso a braccio, ogni parola ha un suo peso specifico. Il punto di arrivo è una pagina sempre viva, fatta di periodi che per levità di tocco e consistenza di pensiero risultano espandibili: sembrano cioè sintetizzare riflessioni più ampie. E, altra ragione di sollievo per chi legge, col suo numero esiguo di pagine questo libro mantiene molto di più di quanto promettano i massicci volumi di narrativa che campeggiano nelle grandi librerie.

Conosco abbastanza da vicino il percorso di questo scrittore: in versi, con due raccolte all’attivo, ma anche come sceneggiatore cinematografico, per non avvertire e ritrovare radunati qui, senza calcoli, alcuni archetipi stilistici e contenutistici a lui cari. Un passo epico in cui la singola frase, la battuta da far recitare, il solo nudo verso o persino un singolo termine (il gusto per la parola erudita, ad esempio), scandiscono una rapsodica volontà di concentrazione e allo stesso tempo di fuga. La trasposizione in altri ambiti di costrutti verbali (in una poesia datata, ad esempio, la «deriva dei continenti» per indicare una separazione tra innamorati), un camuffarsi reciproco di piani tra realtà osservata e immaginata. Dal coté contenutistico, poi, non temi precisi, ma immaginari in cui si mescolano suggestioni plurali: a volte rubate al cinema o persino a certa musica cantautoriale italiana (accadeva nella prima raccolta poetica con più insistenza), altre volte legati a scenari ambientali. In quest’ultimo caso si tratta di segmenti urbani o più spesso extraurbani (il Polesine, la campagna, l’Appennino) ricostruiti in pochi tratti, ma con la precisione di un plastico e con un acume sociologico spurio (sempre dialogante, va detto, in cui si fa attenzione tanto a cosa pensa di sé chi in un luogo ci vive quanto a chi quel luogo lo vede da fuori). C’è poi un interesse antropologico e mai scientificamente positivistico o psicologistico per alcuni tipi umani (i cacciatori, i ciclisti, i camionisti…) a cui un microcosmo di abitudini ed esperienze conferisce l’aurea mitica che possiede chi pratica non un lavoro, ma un mestiere. Suggestioni che si ritrovano e si mescolano anche in questi racconti, da cui emerge, vera protagonista, la più anonima provincia italiana – e se questa, come avverte la nota editoriale, è rappresentata “senza esotismi”, è forse per l’atmosfera sonnambula, per l’alone già mitico (e dunque non mitizzato) di luoghi ricondotti al loro nome proprio, reale o immaginario. Accanto agli elementi naturali e antropici del paesaggio – che qui vale appunto ben più di un mero sfondo – troviamo elucubrazioni ossessive e tangibili, pensieri così vividi da sembrare espressi ad alta voce. E come accade dopo certe serate passate con vecchi amici, per il carattere eloquente e strofico di questa prosa, una volta soli (una volta chiuso il libro) molti periodi restano impressi a lungo nella mente, vengono automaticamente ripensati.

Vediamo allora, con ordine, di entrare nel merito delle tre prove. Nel primo e più lungo racconto, I cosmonauti, ci si trova catapultati in un quartiere posto a ridosso del Po’. Qui, nell’immaginaria via del Salto, che per alcuni fondali e per la fissità delle figure ricorda certe atmosfere di Antonioni, crescono e si fanno uomini un gruppo di amici. Il narratore ripercorre in brevi paragrafi le tappe della sua crescita e formazione tra botteghe, casali, centri diurni, haschish e incontri dei marxisti. Le relazioni tra i maschi e poi quelle tra i maschi e le femmine del quartiere sono descritte con la lucidità maniaca di dettagli che diventano simbolici o con la rapsodica precisione di appunti presi dallo stesso narratore in media res. Il periodare è assertivo e interlocutorio allo stesso tempo, le proposizioni sono spesso coordinate per asindeto, a marcare una rapidità di pensiero che coincide con il continuo ruminare interiore del protagonista e con il mutare dei dati esterni. La parabola astorica del racconto favorisce una ricerca antropologica giocata tanto sull’accumulazione di dettagli quanto su una loro possibile interpretazione in griglie analitiche: polisemia, questa, intrinseca all’aurea mitica del racconto, ma anche al tentativo ossessivo di razionalizzare l’informe vita in atto; e in quanto in atto, appunto, sfuggente a un significato univoco. Se si fa uso poi di epiteti dal sapore omerico (le materie scolastiche diventano le «materie dai bei nomi») ciò non toglie che ci troviamo in uno scenario di introspezione e in un racconto di formazione che, nonostante il montaggio a posteriori, riesce a conservare la freschezza della prima impressione – proprio come accade in una pellicola cinematografica.

Il secondo e bellissimo racconto, Un prete a Ripoli, è invece il diario di un sacerdote ligure che prende possesso della sua parrocchia nell’appennino bolognese. In questo luogo di transito, dove non può esistere vera comunità, a meno che la concitazione che scaturisce da un pericolo non raduni gli uomini (e se nel primo racconto la catastrofe incombente era l’esondazione, qui, in modo allucinato e inconscio ci si immagina forse un rivoltamento della montagna agli artifici dell’uomo?) sono gli scarni appunti e programmi del prete forestiero. Se per assonanza (l’appennino emiliano, la figura di un sacerdote, la mancanza di una vera e propria trama, il procedimento ellittico) non può non venire in mente Case d’altri di Silvio D’Arzo, al periodare musicalmente cadenzato del racconto darziano fa qui da contraltare una prosa asciutta, attenta ai dettagli fisici del paesaggio quanto a quelli psichici del narratore. Predominano i “non”, soprattutto nella parte iniziale del racconto, a segnare l’estraneità del protagonista alle geometrie dei luoghi e dei volti. Ciò che incuriosisce è anche una certa tenerezza di tono, una timidezza curiale esaltata e restituita per contrasto dalle asperità di un territorio solo parzialmente domato.

In Medicamenti antichi, il racconto che chiude il trittico del libro, ci troviamo in un simposio quasi kunderiano. Una volta presentata la scena con il linguaggio asettico di una sceneggiatura e con l’impalcatura narrativa esposta, i tre personaggi, invece di scambiarsi battute tra loro, restano prigionieri dell’irrealtà dei loro pensieri, delle loro argomentazioni. Ecco allora presentati l’osservatore di calciatori, il chirurgo e il sindacalista, che a tratti è anche il narratore. Possiamo notare come il mestiere svolto dai protagonisti, di questo e degli altri due racconti, abbia a che fare, apertamente o trasversalmente, con la gestione delle “risorse umane”. Il regista del primo ed eponimo racconto (in cui non è da trascurare il marginale personaggio del direttore d’orchestra), il prete del secondo, e i tre di quest’ultimo, in modalità diverse hanno a che fare con gli esseri umani: con la loro gestione, con la loro cura (nell’anima, nel fisico e nei diritti), con la loro selezione.

Il paesaggio ha poi il sapore anonimo della provincia che non si abita ma in cui ci si trova a sostare. Dei tre racconti è questo il più sospeso: l’ambientazione notturna, il luogo di transito, le partite ai videogiochi praticate dal chirurgo per lasciarsi andare al sonno, tutto suggerisce un’atmosfera di associazioni imprevedibili, dominate parzialmente, anche qui, da tentativi di razionalizzazione che sembrano più gli esorcismi di un ipocondriaco.

Come si è tentato di dire e mostrare, questo libro di Ghazvinizadeh, uscito per l’editore Pendragon nell’eterogena collana I chiodi, splendidamente curata da Matteo Marchesini, è molto lontano da tante delle traiettorie della nostra letteratura contemporanea. E s’è pur vero che l’originalità e una non perfetta sintonia con lo Spirito del tempo non sono di per sé garanzia di riuscita, nella letteratura come in altro, va pur detto che le personalissime parabole di questo autore hanno la forza necessaria per restare a lungo impresse nel lettore: sia per le atmosfere, evocate con naturalezza, sia per contenuti che ci si trova per molto tempo a rimeditare.  

Alex Caselli è nato nel 1983 a Castelfranco Emilia (Mo), vive in provincia di Bologna. Dal 2004 è collaboratore dell’Annuario critico di poesia diretto da Giorgio Manacorda e Paolo Febbraro. Nel 2009 si è laureato in Storia d’Europa all’Università di Bologna. Ha pubblicato poesie su varie riviste e periodici letterari.

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